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logo atm (museo di Capodimonte). autore: Giuseppe Macchia

Crocifissione di Masaccio (Museo di Capodimonte)

Logo stilizzato atm. (Museo di Capodimonte) Autore: Webmaster Luigi Silvestri

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Antea (Museo di Capodimonte)

               Menzionato già nel 1671 dal Barri nelle raccolte farnesiane del Palazzo del Giardino, a fine ‘600 passò nella Ducale Galleria del Palazzo della Pilotta. Dal 1734 è a Napoli; dapprima esposto nel Palazzo Reale e a Capodimonte fu messo in salvo nel 1806 e trasferito a Palermo da Ferdinando IV, di dove ritornò nel 1816-17 per entrare a far parte ininterrottamente della Pinacoteca Borbonica, poi Nazionale. Durante la seconda guerra mondiale fu ricoverato a Montecassino e lì razziato dalle truppe tedesche e trasportato in Germania, a Berlino, poi nella miniera austriaca di Alt Ausée, dove fu finalmente recuperato nel 1945. Nella Descrizione della ducale galleria di Parma (1725) è ricordato come il <<ritratto dell’Antea>> o <<dell’innamorata del Parmigianino>>, d’una cortigiana cioè celebre, vissuta a Roma nella prima metà del Cinquecento e citata dal Cellini e dall’Aretino.La validità di questa identificazione è stata molto discussa e il dibattito si è intrecciato con quello della datazione della tela, che i più ritengono assai difficilmente eseguita a Roma, negli anni in cui Parmigianino avrebbe potuto amare e ritrarre la giovane donna (1524-27). Anche l’aspetto “virginale” della fanciulla ed il suo curioso abbigliamento – un contradditorio insieme di “lusso”, i tanti gioielli, la veste di raso, la stola di martora o di zibellino, e di elementi popolari, come il grembiale o “zinale”- hanno condotto ad altre interpretazioni: si tratterebbe della figlia, della donna o della serva di Parmigianino, o ancora di Pellegrina Rossi di San Secondo o d’un’altra ignota nobile parmense.

                   Il grembiale, però, compare quale accessorio del costume di donne di ceto elevato in più d’un ritratto dell’Italia settentrionale, nonché in un altro ritratto di Parmigianino, detto La Schiava turca; inoltre le perle, i rubini, la pelliccia, l’atteggiamento della giovane donna parrebbero forse  e meglio alludere all’effigie di una sposa. L’Antea, comunque, rimane tra le immagini memorabili della Maniera italiana di primo Cinquecento. Apparentemente immobile, frontale, anche per l’effetto dell’astratta e stereometrica fissità dell’ovale del volto, la figura ruota in realtà in senso antiorario con accorgimenti ottici e “deformanti” usuali nell’esperienza del Parmigianino sin a partire dall’Autoritratto allo specchio di Vienna; l’<<ingrandimento allucinante di tutto il braccio e della spalla destra, su cui la pelle di martora pesa a dismisura>> (Bologna, 1956), s’accompagna al recedere dell’ombra della spalla sinistra, del braccio raccorciato che s’infila con la mano nella lunga catena da collo; mentre la gamba sinistra, divaricata, rompe allo stesso tempo la simmetria colonnare delle pieghe e accenna ad un movimento in atto.La critica fa oscillare quest’opera tra il periodo romano dell’artista (1524-27) e gli anni della sua estrema maturità a Parma (1535-37).

                Tuttavia, l’elaborato gioco di deformazione ottica usato come principio di idealizzazione formale sembrerebbe privilegiare gli anni del ritorno nella città natale, viste anche le affinità con altre opere del periodo: il Cupido che fabbrica l’arco di Vienna (1531-32) e la Madonna del collo lungo degli Uffizi (1535), dove in uno degli angeli posti dal pittore ai lati della Vergine si riscontra la stessa tipologia del volto dell’Antea napoletana.

L'Antea

Pittore: Parmigianino

olio su tela  cm 136 x 86

Collocazione: Sala 12  Primo Piano