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Il
dipinto fu commissionato a Filippo Palizzi nel 1861 dal re Vittorio Emanuele; al
pittore fu richiesto un quadro di grandezza e soggetto liberi. Palizzi decise di
affrontare il tema dell’uscita degli animali dall’Arca, soggetto su cui meditava
da molto tempo e a cui aveva dedicato studi di singoli animali con la speranza
di eseguire il
dipinto. Il soggetto è
tratto dal passo del libro della Genesi in cui si racconta dell’annuncio del
diluvio a Noè, unico uomo che non aveva pervertito la sua condotta sulla terra e
per questo prescelto da Dio quale nuovo Adamo: Dio guardò la terra e disse a Noè
“E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra per causa loro è piena
di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Io manderò il diluvio
per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui è alito di vita..…..ma con te
io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua
moglie e le mogli dei tuoi figli; di quanto vive, introdurrai due di ogni specie
(dipinto: ogni specie è infatti rappresentata da soli due esemplari, uno
maschio, l’altro femmina), per mantenerli in vita con te: siano maschio e
femmina”. Secondo il racconto, Noè e gli animali rimasero un anno chiusi
nell’arca. Con l’abbassamento delle acque l’arca si posò sui monti dell’Ararat
(Armenia),(nel dipinto l’imbarcazione è infatti arroccata in alto a destra); Dio
ordinò poi a Noè di lasciar uscire tutti gli animali e di lasciarli liberi di
moltiplicarsi per dare atto ad una nuova creazione. Dopo l’uscita degli animali,
secondo il passo biblico, Noè edificò un altare sacrificale per offrire
olocausti al Signore (nel dipinto il fumo del sacrificio si intravede in alto a
destra, nei pressi dell’arca).
In una lettera ai
fratelli, Filippo dice di aver affidato la realizzazione della cornice del
quadro all’artigiano fiorentino Cheloni, cui aveva suggerito di inserire in
alto, in bassorilievo, la figura dell’Eterno Padre sulle nuvole, in atto di
rianimare la natura. Dalla stessa lettera apprendiamo alcuni importanti indizi
sul significato del quadro. Scrive Palizzi :
<< Tutta la scena è velata da una
caligine che viene dal basso, perché ho supposto fosse causata dalla continua
esalazione delle acque stagnanti e dall’umido […]. L’Arca è posata in un lato
della roccia a dritta, al di là, davanti, vi è il fumo del sacrificio […]. Tutti
questi animali, dopo essere stati rinchiusi un anno nell’Arca, ho creduto farli
uscire animati da un solo sentimento : la sollecitudine di prendere ognuno la
sua via e il sentimento di amore che precede l’istinto della riproduzione per
moltiplicarsi […]. Il cane tra tutti gli animali, manca, poiché
è con l’uomo, è con Noè. L’Uomo nemmeno si vede, ma il fumo
del sacrificio fa supporre la sua presenza; egli, anche se invisibile, resta
come ente morale, come colui che fu prescelto da Dio per la rigenerazione del
mondo e tipo perfetto dell’umanità >> .
Il dipinto
riscosse un grande successo e negli anni ’60 dell’800, l’incisore Saro Cucinotta
si impegnò a realizzare un’incisione di grandi dimensioni.
“Dopo il
Diluvio”, rappresenta una tappa importante dell’evoluzione stilistica di F.
Palizzi, che potremmo definire “positivistica”. Quando nel1837 Filippo si
trasferì a Napoli (era nato a Vasto, in Abruzzo), decise di iscriversi
all’Accademia di Belle Arti, ove frequentò la cattedra di paesaggio che nel 1816
fu occupata da Anton Sminck Pitloo (1791-1833), fondatore della celebre Scuola
di Posillipo, il cui caposcuola, negli anni in cui Filippo si trasferì a Napoli
era il paesaggista Giacinto Gigante.
Nella Scuola di
Posillipo, nonostante il persistere dell’impianto prospettico-scenografico della
tradizionale veduta settecentesca, era maturata una pittura di paesaggio ove
ritroviamo precoci novità in senso romantico. Difatti, i pittori della
Scuola, oltre a rappresentare il paesaggio di Napoli e dintorni, si cimentavano
anche nella rappresentazione degli aspetti più maestosi e terribili della natura
(boschi con alberi immensi, orride rupi), di chiaro gusto romantico. Filippo
Palizzi in una prima fase del soggiorno napoletano lavorò quindi in connessione
con questo tipo di pittura subendone in parte l’influenza. Ben presto, tuttavia,
egli si allontanò dalla Scuola, per seguire nuove strade. In questa evoluzione
ebbe un ruolo importante il soggiorno a Napoli, nel 1854, di Giuseppe Palizzi,
fratello di Filippo, il quale dal 1844 si era stabilito a Parigi, entrando in
contatto con la pittura di Corot e con la corrente “realistica” dei pittori
detti di Barbizon. Il contatto con il fratello indusse Filippo ad accentuare la
fedeltà al dato naturalistico. Ancor più determinante ai fini di questa
evoluzione fu la decisione di Filippo di seguire il fratello in Francia nel
1855, anno in cui il pittore Gustave Courbet attuava, con il “Pavillon du
Realisme”(Padiglione del Realismo), sua mostra personale, la consacrazione
ufficiale del “Realismo” pittorico e momento in cui maturavano le prime
esperienze del Positivismo francese.Da questo momento in poi Filippo si
cimenterà sempre più nella rappresentazione scientifica del “vero”, passando
dalla resa atmosferica di paesaggi di ampio respiro, al lucido “verismo” di
soggetti interpretati con minuzia quasi fotografica. Proprio in Francia
infatti, Filippo coltiva ancor più il suo interesse per la fotografia, la
quale era stata oggetto di un acceso dibattito già a partire dagli anni ’30
dell’800 soprattutto in terra francese, ove fu presentata ufficialmente nel
1839, quando lo scienziato François Arago ne descrisse i caratteri e le
funzioni: “L’immagine è riprodotta nel minimo dettaglio con incredibile
esattezza e finezza…..è la stessa luce a riprodurre le forme e le proporzioni
degli oggetti con precisione quasi matematica”. Ben presto la fotografia entrò
con prepotenza anche nel mondo delle arti dando vita ad accese polemiche. C’era
chi ne sosteneva i vantaggi(con la fotografia gli artisti potevano sostituire
studi e disegni dal vero), ma c’era anche chi vedeva in essa una minacciosa
concorrenza, che avrebbe fatto sparire in breve i paesaggisti e i ritrattisti.
Comunque nel corso del secolo i rapporti tra fotografia e pittura si
intrecciarono sempre di più. Alcuni pittori, soprattutto di formazione
accademica misero a punto uno stile “fotografico” che riproduceva analiticamente
figure e paesaggi in complesse scene di insieme ( “Dopo il Diluvio”). Il
dipinto infatti mostra chiaramente la volontà di ritrarre fotograficamente il
“visibile”; ogni singolo animale è rappresentato con impressionante lucidità: la
nitidezza, l’indagine quasi aneddotica dell’anatomia , il cui rigore e
plasticismo sono affidati a studiatissimi disegni preliminari, fanno di ciascun
esemplare un soggetto “finito”, che avrebbe un senso, proprio per la sua
finitezza, anche se fosse isolato dal resto della composizione. La conoscenza
approfondita che Filippo dimostra di avere della fauna più varia ed esotica,
dimostra quanto la temperie scientifica che maturò nel XIX secolo, avesse
investito le più varie attività umane, arte compresa. Il 1800 è infatti il
secolo dei grandi studi sulla fauna terrestre, dei progressi della biologia e
delle teorie evoluzionistiche di Darwin, il quale, nei suoi viaggi aveva
compilato numerosi taccuini con disegni e descrizioni di specie animali; studi
che favorirono la diffusione, grazie alla fotografia, alla stampa e alle
incisioni, di un campionario di immagini di animali poco conosciuto al grande
pubblico.
L’approccio
scientifico, fotografico, con cui Palizzi ci rappresenta il mondo animale, se da
un lato riscosse grande successo tra la maggioranza dei contemporanei,
dall’altro fu motivo di non poche critiche da parte del pittore Cammarano, che
nella sua “Autobiografia”, così ci parla del dipinto: “…io
m’attendevo che l’artista rievocasse tutto l’orrore del cataclisma, un mondo
sconvolto…”
e invece si trovò davanti “
una scena fredda, ghiaccia”.
Nell’opera di
Palizzi emergono, difatti, i prodromi di quella che può essere definita la
crisi del vedutismo romantico: nella pittura romantica di paesaggio, la
rappresentazione della natura non risponde a criteri di oggettività e di
indagine scientifica (contrariamente a quanto avviene nel dipinto di Palizzi),
piuttosto esprime emozioni e stati d’animo. La natura è intesa come proiezione
del sentimento individuale, in grado di generare effetti luministici carichi di
suggestione, atmosfere dolci o cupe ed ombrose. Questa rappresentazione
“sentimentale” della natura, nell’iter artistico di Palizzi evolverà
gradualmente nelle modalità espressive del
“Realismo” pittorico.
D’altro canto, se
sul fronte stilistico e formale “Dopo li Diluvio” è la testimonianza di un
approccio lucido e scientifico alla rappresentazione del vero, il soggetto
che vi è raffigurato, tradisce il legame ancora palese alle tematiche
romantiche: il primo romanticismo considerò la natura come forza creatrice,
rigeneratrice; nel dipinto di Palizzi, la natura, coadiuvata dalla volontà
di Dio, che il pittore ci raffigura in alto, sulla cornice, si manifesta proprio
in questi termini.Ogni singolo animale è animato, come dice lo stesso pittore
nella lettera ai fratelli “…da
un solo sentimento : la sollecitudine di prendere ognuno la sua via e il
sentimento di amore che precede l’istinto della riproduzione per moltiplicarsi…”
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In chiave romantica va inteso anche il ruolo
che l’uomo svolge
nell’intero contesto del quadro (uomo - Noè
- assente fisicamente ma presente come ente morale, come colui che fu prescelto
da Dio per la rigenerazione del mondo e come “…tipo
perfetto dell’umanità”);così
anche l’assenza del cane ha un risvolto “sentimentale”, che sottolinea il
sentimento di fedeltà che lega il cane all’uomo; esso è assente nella scena, non
compare in mezzo alle altre bestie perché, dice Palizzi “…il
cane manca sulla scena chè ho creduto non farlo partire da vicino all’uomo, è
con Noè “.
Pertanto, “Dopo il Diluvio” dimostra che, nonostante il
“Realismo” come categoria estetica sia un fenomeno cronologicamente contiguo al
Romanticismo, va tenuto conto, come avviene in tutte le fasi di transizione da
un contesto artistico all’altro, che esistono fasi di “sovrapposizione
temporale” che segnano fenomeni culturali contigui.
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